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Referendum articolo 18, la Consulta boccia (in parte) la CGIL

Cgil: “Nuova tutela reintegratoria nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo per tutte le aziende al di sopra dei cinque dipendenti”.

La Consulta boccia la richiesta di referendum della Cgil sull’Articolo 18.

Dopo due ore di consiglio, i giudici della Corte Costituzionale hanno rifiutato l’ipotesi di quesito presentato.

All’esame della Corte c’erano altri due quesiti referendari. Sempre in merito alla Riforma del Jobs act, sempre a firma Cgil.

Ammessi i quesiti che riguardano voucher e responsabilità solidale negli appalti.

Mentre è netto il no al referendum abrogativo sulle modifiche dell’articolo 18 introdotte dalla riforma del lavoro varata dal Governo Renzi.

Una battaglia politica, quella della Cgil, che ha trovato adesioni nelle opposizioni. In primis la Lega. Almeno la Lega di Matteo Salvini: “Dalla Consulta una sentenza politica, gradita ai poteri forti e al governo come quando bocciò il referendum sulla legge Fornero – ha detto Salvini – . Temendo una simile scelta anche sulla legge elettorale il prossimo 24 gennaio, preannunciamo un presidio a oltranza per il voto e la democrazia sotto la sede della Consulta a partire da domenica 22 gennaio”.

In particolare il quesito della Cgil sull’articolo 18 puntava a reintrodurre i limiti per i licenziamenti senza giusta causa; ripristinata e ampliata la “tutela reintegratoria nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo”, estendendola alle aziende con più di cinque dipendenti (il vecchio articolo 18 era previsto nelle aziende con oltre 15 dipendenti). Il Jobs Act, lo ricordiamo, aveva sostituito il reintegro con l’indennizzo economico per i licenziamenti senza giusta causa.

Nessuna sorpresa dunque. Erano già trapelate indiscrezioni che andavano nella direzione di un esito favorevole su voucher e responsabilità solidale; mentre lasciava col fiato sospeso proprio la contestata norma sull’articolo 18.

Riforme strutturali di questa importanza non possono essere fatte e disfatte a stretto giro.

Ne vale la tenuta delle imprese; alle quali troppo spesso vengono cambiate le carte in tavola prima ancora di averle viste. Ne vale la credibilità del Paese; le imprese estere che così facendo continueranno a non voler investire in Italia. E ne vale la condizione degli stessi lavoratori. Per esempio, coloro che sono stati assunti con il Jobs act.

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